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Il punto sul punto di vista. (post se non proprio dedicato, almeno ispirato)

Chiamala solidarietà, ma l’altroieri ho calpestato gli occhiali.
Cioè, mi sono caduti senza che me ne accorgessi e, sempre inavvertitamente, vi ho posato sopra gran parte dei miei 58 kg.
Ora, sugli occhiali sono sempre passata sopra. In senso metaforico, intendo.
Non ho mai voluto avere l’aria di una quattrocchi e quindi li ho sempre indossati solo per guidare o quelle rare volte in cui guardo la tv. Non tutte, poi. Se c’è Tremonti a Ballarò, già è fastidioso ascoltarlo, nel frattempo posso anche sfogliare una rivista di arredamento. Ma se Bagni commenta l’Italia, non mi basta percepire degli omini che corrono (nel caso della Roma, camminano – grrrr!): i numeri delle maglie me li devo guardare da me e il nome al giocatore mi tocca darglielo io.
Insomma, su una macchina semovente o davanti alla scatola parlante, le lenti servono: c’è poco da questionare.
Ieri, dunque, ho compiuto l’insano gesto di entrare in un negozio di ottica.
Milioni di montature mi scrutavano da ogni dove. Forti ognuna dello sguardo delle altre, non sembravano premere per essere sfilate dagli appositi sostegni. Insomma, loro stavano bene così. Ero io ad aver bisogno di loro. E di qualcuno che mi guidasse in mezzo a quel dedalo di vetro.
Ero reduce da una montatura priva di montatura: come il vestito dell’imperatore, visibile solo agli occhi dei savi, probabilmente. Ma per loro e per me stessa certamente rimanevo una quattrocchi.
Comprendendo la questione, il camice bianco mi ha prontamente proposto delle lenti a contatto.
Ed è lì che ho avuto l’epifania.
Il punto è che io non voglio vederci.
Proprio così: non voglio avere davanti agli occhi nitidamente la realtà.
Non senza la possibilità di sottrarmene, almeno.
Gli occhiali si possono sfilare in un istante: la mano è più veloce dell'occhio.  
E allora, i miei e gli altrui difetti divengono sfocati. In un certo senso, meno marcati, quasi meno reali.
Come i bambini che si coprono gli occhi e sono convinti di starsene nascosti.
Credo che l’ottico, che a quel punto mi ha chiesto se potesse darmi del tu, mi abbia trovata simpatica.
Particolare, forse, ma simpatica.
In fondo, è un altro punto di vista.
Una chiusura, ha sostenuto lui.
Una protezione, ho ribattuto io.
Detto ad uno che passa la giornata a schiarire la vista alla gente capisco possa essere sembrato un controsenso.
Mi ha detto che ci rifletterà.

Pubblicato il 17/9/2008 alle 12.26 nella rubrica Diario.

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